Che cosa è Come funziona Chi siamo Domande frequenti Parole chiave News & Press room Link Contatti
 
 
 

 

  1. Quanto è importante la raccolta differenziata per il corretto funzionamento del termovalorizzatore?
    La termovalorizzazione dei rifiuti non è contrapposta o alternativa alla pratica della raccolta differenziata finalizzata al riciclo.
    Si tratta, al contrario, di due processi che occorre integrare per ottimizzare la gestione dei rifiuti urbani, uscendo così da situazioni di "emergenza" e dall'uso quasi esclusivo della discarica.
    Il Decreto Legislativo n° 22/97 affronta la questione dei rifiuti delineando priorità di azioni all'interno di una logica di gestione integrata del problema.
    Pertanto, se il primo livello di attenzione è rivolto alla necessità di prevenire la formazione dei rifiuti e di ridurne la loro pericolosità, il passaggio successivo riguarda l'esigenza di riutilizzare i rifiuti nelle varie forme possibili, sia in termini di recupero di materia (riciclo), sia in termini di produzione energetica (termovalorizzazione).
    Le esperienze avviate in vari Paesi d'Europa dimostrano che anche laddove il ricorso alla termovalorizzazione dei rifiuti è stato molto spinto, il tasso di crescita della raccolta differenziata non è diminuito, anzi, è cresciuto a ritmi sostenuti.
    In Danimarca, ad esempio, un tasso di termovalorizzazione del 58% coesiste con una raccolta differenziata pari al 31% del totale dei rifiuti urbani prodotti. Analogamente, in Olanda e Svizzera dove circa il 45% di rifiuti è avviato a combustione, si registrano tassi di raccolta differenziata superiori al 30%.

  2. Ci sono leggi che aiutano la diffusione della raccolta differenziata?
    La strategia messa a punto dall'Unione Europea, avviata fin dal 1992 con l'adozione del "Quinto Programma d'Azione per l'Ambiente", ha come obiettivo principale l'uso razionale e sostenibile delle risorse. Gli obiettivi che si è assegnata l'Europa sono riassumibili nel cosiddetto schema delle "3R": riduzione dei rifiuti, da conseguire attraverso azioni atte a prevenirne la formazione, a minimizzarne il peso e gli ingombri e a ridurne la pericolosità; riciclaggio dei rifiuti ; recupero di materia e di energia.
    Il recepimento di questa strategia comunitaria è avvenuto in Italia attraverso il Decreto Legislativo 5 febbraio 1997, n° 22, noto come "Decreto Ronchi", con il quale sono state introdotte nell'ordinamento italiano disposizioni volte a garantire un approccio sistemico alle problematiche connesse al ciclo dei rifiuti e atte ad orientare il sistema di gestione verso schemi di prevenzione e recupero.
    La lunga serie dei provvedimenti attuativi del "decreto Ronchi" e le altre recenti normative, con le quali il nostro Paese ha recepito le direttive comunitarie, stanno chiaramente favorendo il passaggio in Italia da un modello che aveva la discarica come terminale unico e obbligato dei rifiuti indifferenziati, ad un sistema tecnologico complesso finalizzato ad una gestione integrata che comprende riciclaggio, trattamento e recupero energetico.
    Gli obiettivi indicati nel "Decreto Ronchi" prevedevano per il 1999 un tasso di raccolta differenziata pari al 15% del totale della produzione dei rifiuti urbani, una quota del 25% per il 2001 e del 35% nel 2003. Questo scenario è stato in larga parte disatteso. Nel 2001 la raccolta differenziata è ammontata in Italia a circa 5,1 milioni di tonnellate, pari al 17,4% della produzione totale. Solo con due anni di ritardo, dunque, si è potuto conseguire e superare a livello nazionale il primo obiettivo fissato dalla normativa.
    Per il 2002 le stime indicano valori in ulteriore crescita: la raccolta differenziata si sarebbe, infatti, attestata intorno a 5,7 milioni di tonnellate, pari al 19,1% del totale, con un tasso di crescita, soltanto dell'1,7% inferiore a quello fatto registrare nel precedente biennio (3% circa). Dunque si verifica ancora un ritardo nel raggiungimento degli obiettivi fissati dalla legge.

    Il problema è inoltre aggravato dal profondo squilibrio esistente tra le aree geografiche del Paese. Mentre il Nord, infatti, con un tasso di raccolta differenziata nel 2002 pari al 30,6% del totale, non si presenta lontano dall'obiettivo di legge indicato per il 2003, il Sud e le isole, pur avendo incrementato rapidamente in questi ultimi anni i quantitativi di raccolta differenziata, si collocano ad un livello ancora troppo basso (6%) ed anche il Centro, con un tasso di raccolta del 14,5%, si presenta lontano dall'obiettivo previsto.

  3. Come e chi rimette in rete l'energia prodotta da un termovalorizzatore?
    Non ci sono differenze tra l'immissione in rete dell'energia prodotta dai termovalorizzatori e l'energia prodotta da una qualsiasi centrale a olio combustibile.
    L'aria calda prodotta dalla combustione dei rifiuti porta ad ebollizione l'acqua contenuta in un'apposita caldaia per la produzione di vapore. Il vapore generato viene inviato ad una turbina che produce energia elettrica, direttamente convogliata nella rete di trasmissione nazionale.

  4. Qual è la differenza fra un termovalorizzatore e un inceneritore?
    Si tratta di impianti profondamente diversi. L'unico elemento in comune delle due strutture è la combustione del rifiuto impiegata, però, per scopi differenti: nell'inceneritore la combustione non è altro che una forma di smaltimento dei rifiuti; nel termovalorizzatore a quest'ultimo obiettivo si abbina quello, altrettanto importante, del recupero di energia termica e/o elettrica.
    Le due tipologie di impianti sono separate da più di vent'anni di evoluzione tecnologica, che ha conferito ben altra sicurezza ambientale e sanitaria ai termovalorizzatori di ultima generazione, grazie ad un continuo miglioramento dei sistemi di abbattimento degli inquinanti contenuti nei fumi.
    Intervenendo, inoltre, sulle caratteristiche costruttive dei forni ed ottimizzando il processo della combustione, i moderni termovalorizzatori sono in grado di attuare un contenimento preventivo delle emissioni, rispettando così le normative sempre più restrittive adottate, in Italia e altrove, a difesa dell'ambiente e della salute pubblica.

  5. Cosa significa energia rinnovabile?
    In linea generale sono fonti di energia rinnovabile (RES- Renewable Energy Sources) quelle fonti di energia che possono essere considerate virtualmente inesauribili (in contrapposizione con quelle esauribili quali carbone, olio combustibile e metano). In maniera più specifica sono classificate fonti rinnovabili l'energia solare che investe la terra e quelle che da essa derivano: l'energia idroelettrica, del vento, geotermica, delle biomasse. Anche i rifiuti, in parte per la loro composizione, in parte perché la loro produzione inevitabilmente accompagna la vita e le attività dell'uomo, vengono considerati fonte di energia rinnovabile.
    L'energia da fonti rinnovabili caratterizzandosi per il suo bassissimo impatto ambientale, concilia l'impegno a perseguire un modello di sviluppo sostenibile con la necessità di rispondere adeguatamente alla domanda energetica.

  6. Quali sono le principali fonti di energia rinnovabile?
    Idroelettrica
    Gli impianti idroelettrici producono energia elettrica sfruttando l'energia potenziale accumulata nell'acqua che si trova a monte: nel suo movimento verso valle, l'acqua acquista un'energia cinetica che, tramite il sistema turbina/alternatore/trasformatore, viene convertita in energia elettrica. L'idroelettrico è una forma di energia pulita che offre un grande vantaggio: può essere accumulata in grandi quantità.

    Solare
    Ci sono due tipi di energia solare: termica e fotovoltaica. Nell'energia solare di tipo termico, il sole viene utilizzato per riscaldare ingenti quantitativi di acqua.
    Un dispositivo fotovoltaico, invece, è in grado di trasformare direttamente la luce solare in energia elettrica, sfruttando il cosiddetto effetto fotoelettrico, che si basa sulla proprietà che hanno alcuni materiali semiconduttori come il silicio, di fornire energia elettrica quando sono colpiti da radiazione solare.

    Eolica
    L'impianto eolico utilizza l'energia del vento. Il principio di funzionamento è lo stesso dei vecchi mulini a vento: le pale intercettano un'ampia area esposta alla pressione del vento e muovendosi producono energia. La conversione del vento in energia è molto diffusa nei Paesi del Nord Europa, caratterizzati da venti intensi ed abbastanza costanti. In Italia le centrali eoliche sono soprattutto in Sardegna, Puglia e Campania nelle zone montuose dell'Appennino ed in Sicilia occidentale vicino al mare.

    Geotermica
    Le centrali geotermiche sono alimentate dal vapore delle sorgenti calde di superficie ("geyser") o da quello dei serbatoi geotermici nel sottosuolo, collegati agli impianti da un sistema di pozzi di produzione/reiniezione. Nelle centrali, il vapore o l'acqua calda forniscono la forza necessaria a muovere le turbine che producono elettricità. L'acqua di scarico delle centrali geotermiche viene poi reiniettata nel serbatoio, attraverso appositi pozzi di reiniezione, mantenendo così la pressione del serbatoio ed evitando l'inquinamento di falde o corsi d'acqua in superficie.
    L'acqua reiniettata sarà di nuovo scaldata dalla terra.

    Biomasse e rifiuti
    Le biomasse sono un materiale biologico che può essere utilizzato per produrre energia. Sono biomasse, oltre al legno in tutte le sue forme, la paglia e tutti i residui agricoli di tipo fibroso; i vegetali e i fanghi essiccati provenienti da depurazione delle acque.
    Gli impianti per l'utilizzo delle biomasse possono sostituire le tradizionali caldaie a gas di uso industriale e possono, negli impianti di cogenerazione, produrre simultaneamente energia elettrica e calore.
    Anche i rifiuti sono una straordinaria fonte da cui ricavare energia, ma solo alcuni di essi sono adatti per il ricavo di energia:si tratta delle frazioni secche dei rifiuti solidi urbani a valle della raccolta differenziata (RSU) e del combustibile derivato dai rifiuti (CDR) proveniente dal trattamento meccanico e dalla selezione degli RSU indifferenziati con l'eventuale impiego di altri rifiuti assimilabili (plastiche, gomme, eccetera).

  7. Cosa sono i "certificati verdi"?
    Al fine di incentivare l'uso delle energie rinnovabili il D.L. 79/99 (decreto Bersani) impone che i produttori e gli importatori di energia da fonti non rinnovabili immettano in rete una quota di almeno il 2% di energia elettrica da fonti rinnovabili.
    Questo obbligo può essere soddisfatto anche acquistando l'equivalente quota o i relativi diritti da produttori che utilizzano le fonti rinnovabili. In questa ottica alla produzione di energia elettrica degli impianti alimentati da fonti rinnovabili viene associato anche il diritto all'emissione di speciali certificati, i cosiddetti "Certificati verdi". Per esempio: un impianto produce energia da fonti rinnovabili e vende questa energia; lo stesso impianto otterrà Certificati Verdi in misura equivalente ai kWh prodotti e potrà venderli a produttori di energia da impianti alimentati da fonti non rinnovabili. I Certificati Verdi sono quindi negoziabili disgiuntamente dall'energia elettrica vera e propria e costituiscono l'incentivo economico per le fonti rinnovabili.
    Il diritto all'emissione dei Certificati Verdi vale per i primo 8 anni di esercizio. Dopo questo periodo, il diritto può essere rinnovato attraverso la sostituzione di specifiche parti di impianto definite per legge (ad esempio per la biomasse occorre sostituire la caldaia ed il turbogeneratore).

  8. Quali sono i rifiuti smaltiti dall'impianto?
    L'impianto smaltisce la frazione secca di rifiuti solidi urbani e i rifiuti industriali non pericolosi. Non smaltisce invece rifiuti pericolosi.

  9. I termovalorizzatori soddisfano i requisiti di tutela ambientale?
    I termovalorizzatori sono dotati di tutti i sistemi più avanzati di controllo e riduzione delle emissioni che ne fanno una realtà compatibile con le esigenze di tutela ambientale e, come dimostrano numerosi esempi, sono inseriti con successo all'interno di contesti urbani, senza rischi per la salute e senza preoccupazioni da parte dei cittadini.
    Le analisi di tipo epidemiologico effettuate nelle aree in cui sono insediati moderni termovalorizzatori non hanno segnalato l'esistenza di effetti sull'uomo. Inoltre sono state sviluppate misure di contenimento preventivo delle emissioni, ottimizzando le caratteristiche costruttive dei forni e migliorando il processo di combustione. Questo risultato si è ottenuto attraverso l'utilizzo di temperature più alte, di maggiori tempi di permanenza dei rifiuti in regime di alte turbolenze e grazie all'immissione di aria per garantire l'ossidazione completa dei prodotti della combustione. I dati registrati da enti pubblici di controllo presso termovalorizzatori in esercizio presentano valori molto inferiori ai limiti di legge.
 
 

 
 
2005® Copyright Actelios di Gruppo Falck S.P.A | Design www.tdw.it